29 marzo 2017

Ricordo di viaggio n° 2 - La ragazza dalla faccia di luna

"La conversazione scivolò verso le droghe e il ragazzo raccontò che aveva preso l'epatite a Phuket perché si era bucato con un ago infetto. Da allora non si era più bucato e a Koh Samui aveva trovato la pace che precede il trovare se stesso". Manuel Vazquez Montalban, Gli uccelli di Bangkok, Feltrinelli 1992 - traduzione Sandro Ossola - pagg. 247-248).

***

Avevamo appuntamento a Bangkok, alma mater compresa, per partire quasi subito per il mare. Avevamo scelto Koh Samui perché si era ad agosto e dall'altro lato della penisola i monsoni imperversavano.

Su Koh Samui si dicono e si leggono circa le stesse cose che si leggono su Phuket. Circa. E a dispetto di Montalban. È certo che anche a Koh Samui si può trovare una donna, un ragazzo, una bimba e qualsiasi stupefacente in vendita a qualsiasi angolo.

Per questo avevo cercato con cura un albergo adatto a una tranquilla famigliola completa di nonna e nipote treenne. Con una di quelle idee delirio che a volte mi colgono, al contempo, volevo seguire pure le tracce di Montalban.

L'hotel di cui parlava Montalban, lo sapevo già, non era lontano dall'aeroporto, dunque a tiro di voli rumorosi (sono certa ne parli anche lui negli "Uccelli di Bangkok", ma, magari, ricordo male). In compenso era figo, adatto alle famiglie, con bungalow in muratura, ristorante, spiaggia, piscina e chi più ne ha più ne metta. L'albergo-manna, insomma. Anche un po' albergo-mamma, a dirla tutta.

E noi eravamo una famiglia. Di pasha: il cucciolo di donna veniva a svegliarci ogni mattina e cinguettava allegramente durante tutta la colazione in italiano. Poi negoziava per noi il prezzo di un massaggio sulla spiaggia in thailandese.

Infine si faceva dipingere le unghiette dalla massaggiatrice che aveva un debole per la piccola franco-italiana che parlava la sua lingua.

Giocavamo tra le onde lanciandoci la piccola che gorgogliava beata. A un certo punto, un certo giorno, l'ho pure mancata e l'ho estratta dal mare tirandola per la treccia. Münchhausen ci fa un baffo. A me e alla piccola, dico.

Facevamo gite, uscivamo per cena, prendevamo il sole e così via. Talvolta, almeno una, cenavamo in albergo.

***

Cena. In albergo. Al tavolo di fianco una ragazza. Quasi bambina. L'avevamo già vista vagare durante il giorno. A volte insieme a un ragazzo, a volte sola. Nel pomeriggio il ragazzo era venuto sulla spiaggia chiedendoci informazioni sui massaggi: aveva un mal di testa epocale.

Dicevo: la ragazza l'avevamo già incontrata. Un paio d'ore prima era al bar, per esempio, lo stesso nostro, quello dell'hotel, quello nel quale avevamo istruito la barmaid sui misteri del Negroni.
Beveva Coca Cola, lei. A differenza di noi. Però, tra le chiacchiere, aveva mostrato la lingua e il bel rombo azzurro chiaro che vi aveva posato poco prima.

Comunque, la ragazza, la nostra, la ragazza dalla faccia di luna, quella di cui parlo, era al ristorante dell'albergo. Al tavolo accanto al nostro. E stava stregando una signorina londinese dall'aria indiana. "Gorgeous, you know? il mio fidanzato è ricchissimo. Bisogna che organizziamo. Ma certo, veniamo a trovarti". "...". "Certo, idea geniale. Ma sì, ti dico, è ricco, si fa si fa".

L'indomani era un 29 luglio. Lo so. Perché lo so. E il perché tra poco sarà evidente.

***

La nonna, la mamma, il papà, lo zio, la zia e la bambina sono distesi sui lettini in spiaggia, proprio davanti all'albergo. L'ora non la ricordo, confesso.
Quel che ricordo è un casino infernale. Non rumore. Solo gente che va e viene. Polizia.
Ci alziamo tutti.
E quel che vediamo ci gela.

Quattro uomini e una barella. Di quelle avvolte nelle plastiche che si usano per i morti. Esce dalla camera dei ragazzi. Lui non si vede. Lei neppure. Ma senza che nessuno abbia bisogno di dirlo ad alta voce sappiamo tutti che sotto la plastica c'è lui.
Casino.
Rumore.
E il macabro corteo se ne va.

Vagamente vediamo la ragazza. Sta parlando con la polizia, con dei poliziotti, con qualcuno in uniforme.

Poi qualcuno arriva a dirci che va tutto bene. Un incidente. Non so. Sono vaghi e si vogliono rassicuranti.

Non ricordo che altro si faccia.

So che la notte che segue il trasporto del morto non riesco a dormire. Mia madre neppure. Non penso al ragazzo, penso a lei. La immagino, la ragazza dalla faccia di luna, in una prigione thailandese, sola e in lacrime e. E non dormo.

Poi, la mattina dopo, come sempre, andiamo a far colazione. Vado alla reception in cerca di notizie e incontro la ragazza dalla faccia di luna. Le chiedo se ha voglia di mangiare qualcosa con noi. Chiede il permesso alla signorina della reception (che poi è la barmaid citata sopra). Non pensavo fosse una guardia, ma, in ogni caso, evidentemente, deve dar conto dei movimenti della ragazza dalla faccia di luna.
La signorina della reception abbassa la testa, assentendo. E la ragazza dalla faccia di luna, la ragazza del ragazzo morto, il suo ragazzo ricco, tossico e con il mal di testa, mi segue. Ordina una Coca Cola e si sfoga. Il suo ragazzo è morto il giorno del suo - di lei - compleanno. "Ma ti rendi conto che cazzo di regalo mi ha fatto? Fuck: è morto. Il giorno del mio compleanno".

Sono norvegesi, ci dice. Erano qui a festeggiare il compleanno di lei (il 20esimo? o il 19esimo? Una cosa così. Un compleanno che segue di poco quello della maggiore età), forse. O forse questo particolare lo sto inventando.

Domani saranno rimpatriati. Lei e il suo ragazzo morto.

Mia madre e io, forse neanche tanto segretamente, tiriamo un sospiro di sollievo.

Poi la ragazza dalla faccia di luna ringrazia e se ne va.

Qualche ora dopo arriva la torta per il compleanno della nipotina: 29 luglio, il suo compleanno. Siamo tutti attorno a lei, le candeline sono accese, quando la nipotina chiede: "Et ma copine?". È poco distante la sua amica, la ragazza dalla faccia di luna, ma piange.

"Non ora".



Come il ricordo precedente, questa è una storia che non avevo mai scritto prima. Non si trova da nessuna parte, neppure nei miei taccuini. Eppure è una storia alla quale penso spesso. E non l'ho neppure scritta tanto bene.

Ci fu un tempo in cui la mia sorellina, mio cognato e la mia strepitosa nipotina vivevano in Thailandia.

Questa storia risale a quel tempo. Lontano.

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